Uomo, animale mancato
Mi è capitato di ascoltare alcuni stralci di una docente di esegesi biblica che ribadiva con forza che noi siamo animali e che questo non può essere dimenticato. E nel contempo siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio (ma che significa?). Si tratta di una soluzione fittizia, con la solita reiterata tramandata definizione, dove si mettono insieme, in un ossimoro insormontabile, l’animalità e l’analogia tra uomo e Dio (analogia in senso tomista). Certamente siamo entrambi, ma l’aspetto animale è precisamente ciò che, da solo, non ci definisce affatto. Da solo, invece, l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio (concetto che avrebbe avuto bisogno di chiarimenti da parte della suddetta docente), riducendo al minimo il peso dell’animalità, ci definirebbe. E allora? Che senso ha continuare a mettere in equilibrio due elementi difformi, contrastanti, non equivalenti? L’essere creati a immagine e somiglianza di Dio (sempre per continuare ad usare il linguaggio della docente) non può essere messo accanto all’animalità, come fossero giustapposti, ma l’analogia tra uomo e Dio ha, evidentemente, un’influenza decisiva sull’animalità presente nell’uomo, che non può non trasformarsi sotto quella influenza così potente e che non può, di conseguenza, che farla tendere (o dovrebbe farla tendere) al minimo, giacché Dio non è certamente un animale. È proprio l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio che ci dovrebbe far allontanare, semanticamente, da ogni presunta allusione alla nostra animalità, che c’è ma non ci identifica né ci definisce come uomini.
Sì presenta un uomo astratto, che non esiste, dove conviverebbero l’animalità e l’analogia divina: si è di fronte a quell’unità, di schellinghiana memoria, già icasticamente criticata da Hegel, dove si gabella quell’unità completa «per la notte nella quale, come si suol dire, tutte le vacche sono nere» e che evidenziano «l’ingenuità di una conoscenza fatua». Uno dei grandi, evidenti e vistosi problemi per l’uomo è precisamente questa convivenza, per così dire, dialettica, tanto che non siamo stati fatti «a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza». Ribadire questa presenza animale imprescindibile significa fornire l’alibi ad ogni possibile caduta nell’animalità, cioè nel mondo non-umano, ma appunto, animale. In realtà, l’uomo ha questa animalità come fardello da superare (l’amore, ad esempio, come esempio emblematico, è non-naturale e direttamente proporzionale alla capacità di superare ogni tentazione animale) attraverso e in vista delle “cose di lassù”. Non c’entra nulla con l’animalità l’essenza consistenzialista dell’uomo, la sua tensione all’altro che ho appena definito “lassù” in quanto opposto ed oltre il “quaggiù”. Il quaggiù va vissuto, ma non può, semanticamente, essere posto sullo stesso piano definitorio dell’uomo, del suo essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Se i due vettori, l’animalità e la vocazione divina dell’uomo fossero equivalenti, si annullerebbero e avremmo una paralisi intellettuale, volitiva, fattiva. Un po’ come l’asino di Buridano che non sapendo se prima mangiare o bere, muore di fame e di sete. Sarebbe ancora una volta, lo ribadisco, la fatua schellinghiana indistinzione della profonda differenza tra i due vettori.
