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Discussioni generali

Pubblico·26 membri

La luce nel Cristianesimo

In data Mercoledì 11 febbraio 2026 alla Sala Zuccari Palazzo Giustiniani presso il Senato della Repubblica in via della Dogana Vecchia 29, si è tenuto l'incontro organizzato dall'Associazione Internazionale Karol Wojtyla tra studiosi cattolici, ebrei, islamici, buddhisti e induisti sul tema "Le feste della luce nelle tradizioni Abramitiche e Dharmiche. Di seguito il mio intervento:


«Dio vide che la luce era cosa buona e bella e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte». La creazione avviene attraverso una chiara distinzione, la “separazione”, che mette ordine nel “disordine” del nulla. Comincia, il creato, ad essere segnato dall’ordine e dall’armonia. Dunque, la luce non è Dio, ma Dio si rivela come luce. È la tradizione biblica a chiarircelo. E Dio, rivelandosi come luce, ci orienta, ci permette di vedere, di riconoscere, di identificare, di capire: di avere inizio e di dare inizio alla vita. Una vita senza luce è una vita senza orientamento, né senso, perché tutto è possibile nel buio e nulla può pretendere di avere significato nell’omogeneità tenebrosa. Il buio è l’immagine più compiuta del caos. Nel buio tutto si può fare e non è possibile distinguere neppure se ciò che viene scelto sia bene o male. Per questo motivo, potrebbe sedurci e diventare inevitabilmente il rifugio del proprio cantuccio, della sicurezza per le proprie insicurezze, perché è il buio stesso che reclama un atteggiamento di riparo, di difesa, di apparente protezione e può coinvolgerci per questo motivo. Ma appena un barlume di luce trafigge la tenebra ecco che sappiamo dove andare. Prima ancora di conoscere o interrogarci su ciò che ci aspetta seguendo quel barlume luminoso, sappiamo che dobbiamo seguirlo, perché il buio non appaga né la mente, né il cuore: non è abilitato alla nostra felicità. Con quell’accenno discreto di luce che trafigge il buio, ecco che il buio si fa riconoscere come male, come prefigurazione della morte, come nulla. Anche solo con quel barlume, la nostra coscienza più intima viene illuminata e nel suo piccolo e talora impercettibile àmbito, essa vuole custodire e conservare quella luce, come la goccia d’olio che è miracolosamente durata oltre le umane previsioni per l’accensione della Menorah. Cos’è allora questa luce? 1 Davanti ad essa, neanche la scienza è unanimemente d’accordo, oscillante tra la teoria ondulatoria e quella classica newtoniana che la descrive come un insieme di particelle. Del resto la luce è una qualità e come tale ogni sua descrizione quantitativa è anche una sua drastica riduzione semantica. La luce sfugge anche alle definizioni della scienza perché essa sovrasta ogni nostra conoscenza. Ma come è possibile che ciò che acceca vedendola, ci permette di non essere ciechi nel vedere ogni altra realtà? Come mai quella luce che ci fa vedere ogni cosa o pensiero o azione, paradossalmente non si può guardare? Perché non possiamo acquetare i nostri sguardi sulla sorgente della vita? In Esodo leggiamo che Dio ammonisce Mosè: «Non puoi vedere la mia faccia, perché nessuno può vedermi e vivere». Ecco: la luce che rivela Dio, è Mistero e come il Mistero, spiega e rivela ogni cosa, senza poter essere visto o compreso. Guardare direttamente la luce come guardare il Mistero, è pretesa orgogliosa e immodesta, perché il Mistero e la luce accecano. Il Cristianesimo accetta e vuole rispondere a questa richiesta umana, rivelando Gesù di Nazaret come Mistero che si fa uomo, come luce che illumina il mondo: «in Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» ricorda Giovanni nel Prologo del suo Vangelo. E la luce è Verbum, Parola, che rompe il silenzio vuoto e desolante in cui la terra era “informe e deserta” come ci aveva insegnato la Genesi. La Parola è Luce che guida l’uomo, come ogni credente ben consapevolmente sa per ogni testo sacro di ogni fede religiosa. La Parola di Dio è Luce. La luce è un’immagine fortemente biblica, dove, si legge nell’Esodo, si evidenzia la gloria del Signore che è ”fiamma ardente” e che Isaia indica come “luce delle genti”. Perché, non va mai dimenticato, Dio non è proprietà privata e la Sua luce è per tutti, per ogni uomo. Si è scelta la data del 25 dicembre per il Natale di Cristo, perché questa data coincideva con la festa pagana del dio Sole dove aveva inizio l’ascesa della luce dopo l’oscurità dell’inverno. La scelta cristiana è stata quella di comunicare questa luce divina attraverso la Parola e la Persona di Gesù, che entra e vive nella storia, quella storia che è luogo 2 di scontri, di opinioni dalla pretesa idolatrica di assolutizzarsi, luogo di tragedie, di fallimenti e illusioni, luogo di buona e cattiva volontà, luogo di progetti e speranze, luogo che attende una soluzione che tutti cercano e vorrebbero. Si delinea così nel Cristianesimo un’equazione continuativa: la luce è parola che rivela e la parola è vita. In altre parole la luce che rivelava la trascendenza e che non poteva che accecare, ora, con Gesù diventa storia, luce della storia, luce nella storia, perché la fede, ricorda Paolo, non sia «fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» e perché, d’altra parte, non «si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa». La tradizione mirabile e di “celeste natura” della festa e dell’accensione delle luci, che segna nel profondo l’aspirazione alla chiarezza della verità, alla rigenerazione feconda della vita, che rivela il desiderio alla speranza e alla gioia luminosa ed armonica della pacificazione e della vittoria sul male, nel Cristianesimo si manifesta ed esprime nella persona di Gesù: nella Trasfigurazione sul monte Tabor, «il Suo volto brillò come il sole e le Sue vesti divennero candide come la luce». Ogni credente sa che la prima realtà che viene illuminata, la nostra coscienza, non può e non deve chiudersi in se stessa, perché a illuminarsi non è soltanto la propria persona: la goccia d’olio, infatti, perdura per rendere possibile l’accensione degli altri bracci della Menorah: vive per accendere e illuminare gli altri. È l’altro, gli altri, lo scopo della radiazione luminosa, perché la luce è relazione, come la parola, come la vita. Isaia ci chiariva che «la luce sorgerà come l’aurora, che se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio». Per questo l’invito di Gesù è di essere testimoni della luce: «voi siete la luce del mondo» dice ai Suoi discepoli: soltanto così potrà risplendere la luce davanti agli uomini, affinché vedano le opere buone che rendono gloria a Dio. Le nostre fedi religiose reclamano il nostro impegno a testimoniare la luce, la luce di Dio di fronte al buio delle guerre e del dolore, delle incomprensioni e delle ingiustizie, di ciò che offende la nostra figliolanza divina, la nostra dignità di uomini, perché la terra non ritorni ad essere buia, informe e deserta.

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Roberto Rossi Filosofo

2023 by RobertoRossiFilosofo

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