Evoluzionismo, caso, creazione
Su richiesta dell'editore sto preparando da mesi un manuale di filosofia per i licei. Giunto al terzo volume, sto affrontando Darwin e l'evoluzionismo e mi è venuta in mente la seguente riflessione, dovuta al fatto che nella visione evoluzionista non c'è progettualità, né finalismo (come affermato dallo stesso Darwin) e che tutto sia affidato al caso. Ebbene, proprio sul caso, propongo questa riflessione. La mia speranza è quella di scalzare certi pseudoconcetti addirittura usati scientificamente!
Al finalismo e al progetto di un Creatore l’evoluzionismo aveva opposto (con continui dubbi da parte di Darwin) il caso, l’accidentalità.
Noi usiamo questo termine e questo concetto senza pensarci e pensiamo anche che sappiamo tutti di cosa si stia parlando. È dunque necessario fermarci un momento per riflettere, prima di andare avanti e, data l’importanza e il ruoo che viene assegnato al caso, di verificarne davvero il significato. Così diciamo di un oggetto che è accaduto in modo imprevedibile che è casuale. Ma cosa significa davvero definire in questo modo quanto sperimentiamo accadere di fronte a noi?
Ciò che risulta singolare è che il “caso” venga usato come un deus ex machina, inserito ogni volta che un ragionamento o un sistema è in crisi e non è più in grado di spiegare gli eventi.
Il caso coinvolge, semanticamente, cioè come significato, il nesso tra un fenomeno o più fenomeni che s’interpretano ipoteticamente come causa e spiegazione di altri avvenimenti che successono ai precedenti e che vengono considerati come loro effetto, come una loro conseguenza.
Ora, per chi crede che il nesso di causa-effetto sia nella realtà (concezione attaccata da Hume), sia, in altri termini, una oggettuale e oggettiva, concreta, reale condizione dell’accadere, il caso rappresenterebbe un legame inesistente tra due fenomeni, o meglio, verrebbe sperimentato un nesso privo di significato di derivazione l’uno dall’altro, un “non-nesso”, una irrelazione. Un evento casuale sarebbe imprevedibile per questo motivo.
Se invece si accetta la concezione di Hume e di Kant che il nesso causa-effetto appartenga all’uomo, alla sua forma mentis, il caso non sarebbe altro che la nostra ignoranza di trovare un legame significativo tra due fenomeni. Un’ignoranza che definiamo “caso”.
Come si può notare, in entrambi i casi, parlare di casualità significa semplicemente parlare della nostra ignoranza del nesso causa-effetto:
1.- non c’è nella realtà. Ma prudenza metodologica, empirica e pragmatica, suggerirebbero di non identificare acriticamente “non vedo, dunque, non c’è”, in quanto proprio per il criterio evoluzionistico e insito nella fiducia nel progresso, chi può vietare di pensare che questo nesso possa un domani essere scoperto?
2.- non lo trovo come pensabile in modo significativo. Ma anche questo sarebbe sottoponibile alla medesima conclusione precedente, anzi in modo ancor più amplificato: il fatto che non si trovi questo nesso non può significare che non ci sia, altrimenti non avremmo mai avuto né evoluzione, né progresso. Questo è stato determinato precisamente dall’aver assunto come ipotesi quella di pensare un evento come causa di un altro rispetto alle condizioni precedenti che lo ignoravano o neanche lo supponevano.
E questa, dunque, sarebbe un’ambiguità non soltanto filosofica, ma scientifica, giacché se fosse nella realtà, ci potrebbe essere anche se noi lo ignoriamo, se invece è in noi siamo semplicemente in uno stato d’ignoranza per capire che significato abbia quel nesso.
Se, infine, il “caso” venisse assunto pe “spiegare” tutti i fenomeni della natura, guardando attentamente e non lasciandoci ingannare facilmente come fosse una spiegazione, che cosa significherebbe che tutto avviene casualmente? Cosa potrebbe significare che non ci sia un progetto, un finalismo e che la successione degli eventi non risponda ad alcun criterio generale spiegabile in modo sensato?
Che noi non siamo in grado di dare una spiegazione.
E che definiamo questa ignoranza, reificandola, cioè trasformandola in un oggetto, nel “caso”. Come fosse una legge! Una legge del caso? Ma quale contraddizione più grande si potrebbe trovare rispetto a questa affermazione?
Era ovvio che un uomo onesto intellettualmente, come Darwin, più volte, ripetutamente, avesse pensato all’idea di un Creatore o di un Essere superiore che avesse dato un ordine «a questo meraviglioso universo», anche se da noi ignorato nei suoi più intimi collegamenti.
Un minimo di nesso tra causa ed effetto viene colto anche dagli animali, e da animali che non brillano neppure per particolari “doti” che noi assegniamo loro. Se ci si siede su una panchina, ad esempio, poco dopo saremo circondati da un nugolo di piccioni i quali, per associazione mnemonica hanno colto nelle esperienze passate che, laddove c’è un umano seduto su una panchina di un giardino pubblico, potrebbe essere, per loro possibile trovare qualcosa da mangiare. Ed essi accorrono anche se chi è seduto sta leggendo e non ha nulla da offrire.
Il nesso era nella realtà? Eppure così l’avevano sperimentato concretamente persino i piccioni! Il fatto che la persona lì seduta non dia loro nulla o non possa dare loro nulla, non autorizza a definire quegli eventi come casuali. Il nesso, allora, non c’era? No. Semplicemente, per usare una terminologia kantiana, c’è stata solo la cornice formale del nesso, ma senza che fosse riempita da qualche contenuto empirico. È rimasta la struttura formale applicata a un’esperienza che non c’è stata. E che non ci sia stata, potrebbe essere giudicato come evento casuale? Dunque anche i piccioni pensano? Ancora una volta no. Il nesso tra causa ed effetto che qualunque animale, anche agli stati più infimi realizza (adottando, ad esempio, il suo sistema di difesa che, se ci si pensa, scaturisce precisamente dall’aver giudicato qualcosa o qualcuno come una possibile causa di pericolo) è un vero e proprio sistema di sopravvivenza, che permette di anticipare un pericolo, di prevedere l’effetto per riuscire nella caccia, per cogliere da un indizio particolare un evento più importante, nel bene e nel male, ecc. Ma è qualcosa che è insito nell’organismo vivente, persino nelle piante, per farsi trovare pronti a difendere ciò che si è e ciò che si ha. Poi la realtà può riempire o meno questo nesso formale, ma se non lo riempie come contenuto, siamo autorizzati a definire casuale quella successione di eventi dove il nesso causa-effetto non ha avuto motivo di realizzarsi? Dove sembra non avere spiegazione?
Da ultimo: è possibile far passare, allora, il “caso” come fosse una “legge” della natura, che, addirittura, dovrebbe spiegare (senza spiegare) tutto ciò che avviene?
In realtà cosa è successo?
Pare che sia successo che, ciò che l’uomo religioso, la tipologia di umanità che per secoli aveva segnato l’Occidente, nel bene e nel male, aveva definito “mistero”, sottolineando la sua ignoranza dei nessi tra i fenomeni: dalla causa della vita alla morte, dalla composizione di un fiore sino all’ordine naturale, dalla perfezione anche di microorganismi sino alla distribuzione delle risorse, ora ha incominciato ad essere definito “caso” che, altrettanto come il “mistero”, ignora quei nessi e chiama quell’ignoranza in altro modo. Ma come il mistero non è “legge di natura”, anche il “caso” non può pretendere di esserlo.
Ciò che va sottolineato con vigore è che se parto dal presupposto che il caso altro non sia che la definizione della mia ignoranza, io posso sperare e spiegare l’avanzare della scienza, la quale amplifica la sua conoscenza precisamente dall’aver indicato come possibile causa, un evento precedentemente visto come slegato e indipendente dal successivo. Verificato con l’esperienza, che sia con il nesso quale forma mentis o come legge interna alla natura, che è credibile il rapporto causale, lo ipotizzo come nuova spiegazione della realtà. Ma se il caso fosse inteso come legge, da lì non si scappa: è così e così resta, precisamente in quanto legge. Paradossalmente, dunque, proprio il caso, posto a sostegno della scienza anche da Darwin, le è il suo nemico peggiore, perché la inchioda alla fissità e a non migliorarsi. Se ciò che è ritenuto casuale lo è per legge interna ai fenomeni, nessuna possibilità sarà data allo scienziato di conoscerne un possibile nesso significativo.
