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Discussioni generali

Pubblico·28 membri

SUL FEMMINICIDIO

È difficile parlare di questo vile continuo tragico crimine che oltraggia il nostro tempo. Ma credo che sia nostro dovere minimo, almeno, cercare di capire. Non bastano le scarpe rosse, le panchine rosa, i telefoni di sussidio o i consigli sulle parole che dovrebbero rappresentare una spia della violenza nascosta in certi uomini: si tratta di palliativi che per un verso lavano la coscienza e per un altro lasciano purtroppo le cose come stanno. Non sono certo io a poter dare risposte definitive, ma è mio mestiere cercare di intelligere (leggere dentro) certi eventi, anche perché come uomo posso, forse, avere uno sguardo più lucido rispetto a chi partecipa del medesimo sesso di coloro che sono vittime e subiscono l’infame aggressione e l’omicidio.

     Perché l’uomo si comporta più spesso in questi termini di violenza cieca e bestiale? Femminicidi ci sono purtroppo sempre stati, talora persino giustificati dal cosiddetto “delitto d’onore”. E tuttavia erano casi più circoscritti e numericamente (anche osservando la proporzione in base all’incremento demografico) meno frequenti di quanto stia succedendo in questi ultimi anni.

     La riflessione preliminare da fare è rieducare al rispetto della persona. La donna non può essere relegata a mero oggetto di desiderio sessuale come nel regno animale, ma è persona che, come tale, è sacra, inviolabile e unica. E questa educazione riguarda esclusivamente il mondo maschile. Ma anche il mondo femminile deve fare la sua parte. La disinvoltura di molte ragazze di oggi, che girano seminude pensando così di esercitare la loro libertà, deve accompagnarsi alla consapevolezza che il corpo parla, i gesti parlano e che il corpo femminile, a differenza di quello maschile, non ha nulla di neutro. Diderot scriveva che la nudità femminile è seduzione o tragedia, mentre quella maschile è solo ridicola. La libertà è sempre un valore sociale che si accompagna con la responsabilità. Se non si vuole che il mondo maschile rinchiuda la donna nel ghetto del solo desiderio sessuale, questa deve dare informazioni alternative alle proprie nudità del corpo, esibite con disinvoltura e incoscienza. Io posso avere la libertà di mettermi un rolex e girare ed esibirlo a Tor Bella Monaca, ma poi non posso lamentarmi se qualcuno ha tentato di scipparmi o mi ha scippato davvero. Il mondo femminile, che ha mascolinizzato molto del suo comportamento, ritrovi la grande dignità dell’esser donna, misurata, equilibrata, consapevole della sua enorme forza “persuasiva”, capace di saper gestire tempi e spazi, cosciente delle informazionui che emanano dal suo corpo e dai suoi gesti, mai indifferenti. Lo sa bene la pubblicità che trova il modo di esporre un corpo femminile per qualunque oggetto da pubblicizzare. Forse così, con una maggior sorveglianza delle donne del proprio potere di seduzione, il mondo maschile verrà educato e instradato a considerare la donna come persona prima che come oggetto di desiderio. Resterebbe davvero arduo educare l’uomo a un maggior rispetto della donna come persona se questa gli si presenta informandolo, prima di tutto, delle sue superfici corporee. Non ci si rende conto che è proprio così che una donna fa precedere un messaggio unilaterale, privilegiando l’elemento seduttivo su quello delle sue qualità di persona.

     E questo potrebbe essere il primo punto da cercare di realizzare.

     Poi ce n’è un possibile secondo.

     I nostri nonni e i nostri padri avevano un sistema ben preciso che poteva funzionare o meno, ma che rappresentava un riferimento. Per esso non si può avere nostalgia, in quanto sarebbe inutile, anacronistico e irresponsabile. Lo schema di riferimento era semplice:

il matrimonio indicava già nell’etimologia il riferimento alla mater. In altre parole, la donna trovava nel matrimonio la sua realizzazione come donna e come madre e la sua forza sociale (quante poverette sterili la storia ha testimoniato come infelici, ripudiate, ecc.) perché finalmente poteva entrare in società a pieno titolo.

     Il patrimonio indicava già nell’etimologia il riferimento al pater, al suo lavoro, ai suoi profitti, alla sua capacità di sostenere una famiglia. Il patrimonio era la forza dell’uomo, così come il matrimonio quello della donna. La donna partecipava del patrimonio con la dote; l’uomo partecipava del matrimonio riconoscendo il figlio e dando il suo cognome.

     È già visibile da questa semplice relazione sociale e culturale che è ormai alle nostre spalle e fa parte di tempi ormai irreversibilmente passati, come il cosiddetto “sesso forte” fosse, viceversa, il più vulnerabile. La donna entrata nel mondo del lavoro ha acquisito un suo patrimonio e attraverso la scienza può persino fare a meno di un uomo per avere un figlio. E la paternità, già così eterea, giacché era ed è un fatto mentale (far spazio a un nuovo nato nella mente e nel cuore) rispetto invece alla maternità che fa spazio fra le viscere del proprio corpo al nuovo nato e lo tiene in vita per nove mesi e lo partorisce e lo allatta, come dicevo, una paternità che con l’odierna società non conta più nulla. La controprova la dà il cosiddetto diritto di aborto, dove se l’uomo si oppone all’aborto e dichiara di farsi carico del nascituro, la sua dichiarazione e diponibilità non conta nulla: è solo la donna a decidere. La società, ufficialmente, legalmente, gli dice in faccia che essere padre non conta nulla. Per non parlare del divorzio che, sempre sulla base della forza della maternità assegna affidamento e casa alla donna nella stragrande maggioranza dei casi, anche se, ad esempio, la casa appartenga all’uomo.

     Dunque, la donna può fare a meno dell’uomo, ma l’uomo no. Se vuole, ad esempio, un figlio naturale deve avere una compagna.

     Toltogli il privilegio del patrimonio e il ruolo della paternità, cosa resta a un uomo? Solo e semplicemnente la forza fisica, da esercitare o come lo stallone di turno per usare le donne a proprio piacimento ed essere a sua volta usato, o nei non pochi casi patologici in circolazione, per stuprare. Anche solo sul piano statistico va purtroppo calcolato un certo  numero di uomini senza equlibrio, senza morale, senza umanità, senza rispetto, senza alcuna inibizione. E quando una donna decide di lasciare l’uomo, quell’uomo tocca con la propria esperienza diretta la sua nullità, la sua inutilità: sbatte la faccia contro una realtà che lo ha completamente esautorato di valore, di ruoli sociali, di ogni significato. E se non ha profondi valori spirituali, forza d’animo, strategie di anticorpi sociali e culturali, esprime l’unica cosa che gli è rimasta: la cieca bestiale violenza che diventa, così, il suo sigillo, il segno che esiste e che conta, in un contesto dove, come padre, compagno o marito, ha perso ogni possibile progettualità per la sua vita.  

     Se non si supera il momento emozionale e anche ideologicamente schierato nella pregiudiziale del cosiddetto machismo, di questo drammatico problema non si può venire a capo. È una società squilibrata, come prima del resto: nei secoli precedenti a danno delle donne, ora a danno degli uomini.

     Spero soltanto che questa mia serie di considerazioni non corrisponda alla realtà, perché in caso contrario non vedo all’orizzonte alcuna prossima soluzione.

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Roberto Rossi Filosofo

2023 by RobertoRossiFilosofo

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