IL CREPUSCOLO E L’AURORA Poche riflessioni a inventario di una vita
TESTAMENTO. Non c’è più tempo per sognare. Gli spazi si sono fatti soffocanti e quel tempo che prima si dilatava è ora un vicolo cieco. Si aspetta. E basta. La vita che mi è stata assegnata, -donata?- sta chiudendosi. Come ogni cosa. Una condanna per chi come noi, fragili, illusi, abbiamo già percorso con baldanza sciocca e cieca gli anni che, dicono, siano i più belli. È finito il mio tempo. Me lo ricorda il corpo, sempre più vacillante e precario, me lo dicono le persone, più vicine e amate e quelle meno visibili che, ogni volta, ricompongono quanto già messo alle mie spalle –lo definiamo per comodità “passato”-, e che invece pesa. Su di loro e, come in un riflesso fraterno, su di me. E quando penso a fare qualcosa, qualunque cosa, che non si consumi nell’immediato, un pensiero ormai è lì, ineliminabile: avrò il tempo per portarla a termine? Potrò vederne la conclusione? E devo cominciare a vedere cosa lascio. Cosa cancellare perché incompreso, eliminare perché velleitario. È come dover fare le valigie. Partire. A tempo. Con la paura di dimenticare sempre qualcosa.
Oh Dio! Come Ti ho cercato! Non farmi sentire così solo!
OSSIMORO FATALE. Siamo così attaccati alla vita che pare assurdo esista l’unica cosa certa della vita, la morte.
TEMPO DI VIVERE. “Non ho tempo”; “ho fretta”, “vado di fretta”, “ho poco tempo”. Ne vorremmo di più, di tempo, sempre di più, eppure, non basta mai. Per questo si corre, si corre, si corre. Corriamo, e così il tempo lo rubiamo a noi stessi e alle cose da fare. È come quando, alla fermata in attesa vana di un autobus ci diciamo: “andiamo intanto a quella successiva, così guadagniamo tempo”. Ma alla successiva l’autobus passerà allo stesso orario che se fossimo rimasti fermi alla precedente.
Potere delle parole. Ci sono parole che addolciscono i cuori e riuniscono le genti: amore, pace, bambini, mamme, natura, giustizia, accoglienza, tolleranza, amicizia, condivisione…Pare quasi che ci sia davvero una concordia universale. In realtà, ciascuno resta nel proprio e interpreta a modo suo quei termini. È il potere delle parole. Ma è con questo potere che si riescono a muovere e dirigere le masse, a creare mode, a diffondere ideologie.
PSEUDOSCELTA PSEUDOTOLLERANTE. Come si fa a portare dei bambini di un asilo dentro una moschea e farli inchinare davanti a un imam? Per far conoscere loro cosa? Ma si pensa ancora che il “religioso” sia una questione semplice e privata, banalizzata a informazioni di superficie? In più questa/e/i maestra/e/i sono di una scuola parificata e, dunque, molto probabilmente cattolica! Una visita supeficialmente tollerante e superficialmente ecumenica che è l’indizio più evidente della profonda ignoranza in cui versa gran parte del cattolicesimo da quando si è deciso di affidarlo al “cuore” e al consenso, piuttosto che al “logos” e alla “testa”. È il peggior crepuscolo: quello del fondamento e del senso della vita!
SUCCESSO. Chi è dentro l’orizzontalità e ne amplifica gli aspetti di richiamo dell’opinione pubblica è giustamente celebrato e ammirato, perché si tratta di un’amplificazione che bene nasconde e distrae dal nulla cui è destinata quell’orizzontalità.
L’INFINITO DILAZIONATO. A pensarci bene, il finito non può contenere l’infinito e anzi, ignorandolo in quanto condizione inferiore, non dovrebbe neppure immaginarlo. Ma non è così. Dall’infinito matematico sino a quello artistico o religioso, l’infinito sembra una costante ineliminabile. E dunque? Se il finito non esplode contenedo qualcosa che gli è superiore e più grande è solo perché questo finito trasforma l’infinito in una costante mobilità, in un costante inquieto cercare e migliorare: vera immagine, nel finito, dell’infinito. Questo, dunque, come in una sorta di negativo fotografico, si manifesta nella tensione, nell’anelito, nel daimòn dell’inquietudine, tutte espressioni della costante dichiarazione di inadeguatezza di ciò che ogni volta viene raggiunto nel finito. senza saperlo, noi uomini, enti finiti, viviamo sub specie aeternitatis.
PARLARE. Se c’è molto da dire, poco si è capito.
uomo. ma quale glorificazione e valore e dignità più grandi vengono all’uomo davanti a chi ti dice che Dio è morto per l’uomo e si è sacrificato per lui. Liberarsi di/da Dio, è squalificare l’uomo a mero ente condannato alla decadenza e alla morte.
POSSIBILE. Il possibile non è una semplice categoria possibile, ma una categoria necessaria. Senza il possibile l’uomo è animale/vegetale appagato dalla realtà. Nulla avrebbe cambiato nel tempo.
INSOSTITUIBILITA’ DELL’UNIVERSALE. Siamo tutti persone, ma nessuno di noi esaurisce il concetto di persona, nessuno di noi può essere preso a modello per sapere cosa sia la persona. E questo indica che non c’è particolare, seppure esteso, che esaurisca l’universale. Dunque, ogni induzione non è mai perfetta, perché non esiste l’induzione perfetta, quella che può autorizzarci di passare da un esteso quantitativo alla qualità dell’universale. Ciò che è universale (diritti, ad esempio) non sono tali per maggioranza, consenso, convergenza, condivisione e neppure per unanimità, giacché queste sono tutte categorie quantitative, misurabili, limitate perché storiche, che non hanno nulla di qualitativo.
